Henri de Toulouse-Lautrec (Albi, 24 novembre 1864 – Saint-André-du-Bois, 9 settembre 1901) è stato un pittore francese, tra le figure più significative dell'arte del tardo Ottocento.
Biografia
Giovinezza
Henri Marie Raymond de Toulouse-Lautrec Monfa fu il primogenito del conte Alphonse e della contessa Adèle de Toulouse-Lautrec. L'aristocratica famiglia dei Toulouse-Lautrec risentiva ancora dell'effetto dei matrimoni tra consangunei contratti nelle precedenti generazioni, gli stessi conti erano cugini, ed Henri soffrì per questo di diverse malattie genetiche. Un altro fratello nacque nel 1867, ma morì l'anno seguente.
A 13 e a 14 anni, Henri si fratturò entrambi i femori. La frattura non guarì mai e le sue gambe smisero di crescere, così che da adulto rimase alto solo 1,52 m, avendo sviluppato un busto normale ma mantenendo le gambe di un bambino (0,70 m). D'altro canto i suoi genitali erano ipertrofici, come provano alcune foto.
Fisicamente inadatto a partecipare alla maggior parte delle attività solitamente intraprese dagli uomini della sua età, Toulouse-Lautrec si immerse completamente nella sua arte. Divenne un importante artista post-impressionista, illustratore e litografo e registrò nelle sue opere molti dettagli dello stile di vita bohèmien della Parigi di fine '800. Toulouse-Lautrec contribuì anche con un certo numero di illustrazioni per la rivista Le Rire, durante la metà degli anni '90.
Parigi
Fu definito "l'anima di Montmartre", il quartiere parigino dove abitava. Rappresentò spesso la vita al Moulin Rouge e in altri locali e teatri di Montmartre e di Parigi, e, in particolare, nei bordelli che frequentava costantemente (a quanto sembra, contrasse la sifilide da Rosa la Rouge, che viveva in un bordello). Visse tra le prostitute per lunghi periodi, sentendosi un emarginato come loro, e divenne il loro confidente e il testimone della loro vita più intima.Alcolista per la maggior parte della sua vita, finì in un manicomio poco prima della sua morte. Morì per complicazioni dovute all'alcolismo e alla sifilide nella tenuta familiare Malromé, nei pressi di Saint-André-du-Bois, pochi mesi prima del suo trentasettesimo compleanno. È sepolto a Verdelais, nella Gironda, a pochi chilometri dal suo luogo di nascita.
I manifesti pubblicitari
Lautrec è famoso anche per aver disegnato molti manifesti pubblicitari di locali parigini, che nel tempo hanno reso celebre la loro immagine. Tra i locali ricordiamo: Divan Japonais, Moulin Rouge: Bal Tous les soirs, Aristide Bruant all'Ambassadeurs oppure per riviste come: La revue blanche, L'estampe originale.
Film
Su Toulouse-Lautrec è stato girato il film del regista Roger Planchon, Lautrec (1998).
Opere
Al circo Fernando (1888)
Ballo al Moulin Rouge (1889-1890)
Aristide Bruant all'Ambassadeurs (1892)
Al Moulin Rouge (1892-1895)
Al Salon di rue des Moulins (1894-1895)
Salottino privato (1899)
La toilette (1896)
Musei
Elenco dei musei che espongono opere dell'artista:
Art Institute di Chicago
Collezione Bührle di Zurigo
Guggenheim Museum di New York
Musée d'Orsay di Parigi
Musée Toulouse-Lautrec di Albi
Museum of Art di Baltimora
Ny Carlsberg Glyptotek
Wadsworth Atheneum di Hartford .
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martes, 19 de agosto de 2008
Che cosa sto leggendo adesso? Giulio Cesare (Shakespeare)
Il Giulio Cesare è una tragedia di William Shakespeare scritta probabilmente nel 1599.
La tragedia, basata su eventi storici, parla della cospirazione e dell'assassinio del dittatore della Repubblica Romana Giulio Cesare.
L'opera è la prima delle cinque grandi tragedie di Shakespeare (le altre sono l'Amleto, l' Otello, il Re Lear e il Macbeth).
Giulio Cesare
Sono sorte numerose discussioni circa il protagonista della commedia. Alcuni ritengono sia Cesare, causa di tutta l'azione e centro di ogni discussione. altri invece ritengono sia Bruto, e il dramma è costituito dal suo conflitto psicologico tra l'onore, il patriottismo e l'amicizia.
La scena dell'assassinio di Giulio Cesare è forse la parte più conosciuta della tragedia, insieme al discorso di Marco Antonio.
Dopo aver ignorato l'avvertimento dell'indovino e le premonizioni della moglie, Cesare viene assassinato durante una riunione del Senato. Il primo a colpirlo è Casca, l'ultimo è Bruto. Alle famose parole di Cesare "Tu quoque, Brute, fili mi!" Shakespeare aggiunge "Allora cadi, o Cesare!", suggerendo così che Cesare si rifiuta di sopravvivere ad un tale tradimento da parte di una persona in cui egli aveva riposto la sua fiducia.
Contesto elisabettiano
La maggior parte dei critici ritiene che l'opera rifletta il clima di ansietà dell'epoca, dovuto al fatto che la regina Elisabetta I si era rifiutata di nominare un successore, il che avrebbe potuto portare, dopo la sua morte, ad una guerra civile simile a quella scoppiata a Roma.
Trama
L'inizio del racconto si svolge prima a Roma e in secondo luogo in Grecia (Filippi). Bruto, i cui antenati sono celebri per aver cacciato da Roma Tarquinio il Superbo (il fatto è descritto ne Il ratto di Lucrezia), è il figlio di Cesare. Bruto si lascia convincere ad entrare in una cospirazione, ordita da alcuni senatori romani tra cui Cassio, per impedire che Cesare trasformi la Repubblica romana in una monarchia. Dapprima Bruto si oppone a Cassio, ma poi, visto che la congiura acquista un crescente favore popolare, Bruto cambia idea e si unisce ai congiurati.Cesare nel frattempo in un suo viaggio in Egitto si innamora follemente di Cleopatra e si uniscono in amore dando alla luce un figlio: Cesarione. Ritornato a Roma un indovino dice a Cesare di guardarsi dalle Idi di marzo, ma egli ignora l'avvertimento, e viene assassinato proprio quello stesso giorno. Dopo la morte di Cesare, comunque, un altro personaggio compare sullo sfondo come amico di Cesare: si tratta di Marco Antonio che, tramite il celeberrimo discorso Amici, Romani, cittadini, prestatemi orecchio, muove l'opinione pubblica contro gli assassini di Cesare. Dopo la morte di Cesare, Bruto attacca Cassio accusandolo di regicidio in cambio di denaro; i due in seguito si riconciliano, ma mentre entrambi si preparano alla guerra contro Marco Antonio e Ottaviano, lo spettro di Cesare appare a Bruto, annunciandogli la sua prossima sconfitta ("Ci rivedremo a Filippi" - atto IV, scena III).Durante la battaglia le cose si mettono male per i cospiratori e sia Bruto che Cassio decidono di suicidarsi piuttosto che essere fatti prigionieri. La tragedia termina con un accenno alla futura frattura dei rapporti tra Marco Antonio e Ottaviano, che sarà sviluppata nella tragedia Antonio e Cleopatra. nell'ultima parte si accenna alla ascesa al potere di Ottaviano e la sconfitta di Marco Antonio ad Azio nel 31a.C. Dopo essere stato sconfitto Marco Antonio bestemmierà contro Dio.
Testo
La tragedia venne pubblicata per la prima volta nell'In folio del 1623.
Fonti
le fonti dell'opera possono essere fatte risalire alla traduzione di Thomas North della Vita di Cesare e della Vita di Bruto, contenute nelle "Vite parallele" di Plutarco.
Film
Giulio Cesare 1950, con Harold Tasker nel ruolo di Giulio Cesare
Giulio Cesare 1953, con Marlon Brando nel ruolo di Antonio
Giulio Cesare 1970, con Charlton Heston nel ruolo di Antonio
Blackadder the Third, 1985
Importanti riproduzioni teatrali
1599: Un viaggiatore svizzero, Thomas Platter, ha scritto di aver visto a Londra un'opera teatrale riguardante Giulio Cesare il 21 settembre 1599 - questa era probabilmente l'originale riproduzione dell'opera di Shakespeare. Lui inoltre afferma che gli attori ballavano una giga alla fine della recita , una consuetudine del teatro elisabettiano.
1926: La rappresentazione di gran lunga più elaborata fu inscenata durante uno spettacolo di beneficenza per l'Actors' Fund of America all' Hollywood Bowl. Cesare entrava in scena in una carrozza trainata da quattro cavalli bianchi. Il palcoscenico aveva la dimensione di un isolato ed era dominato da una torre centrale alta 24 metri. L'evento era pensato principalmente per creare lavoro per attori disoccupati: 300 gladiatori apparivano in una scena di arena non presente nell'opera di Shakespeare; un simile numero di ragazze danzava come prigioniere di Cesare; un totale di tremila soldati prese parte alle scene di battaglia.
1937: La famosa produzione di Orson Welles al Mercury Theatre scatenò infervorati commenti poiché il direttore vestì i suoi protagonisti con uniformi simili a quelle comuni in quel tempo nell'Italia fascista e nella Germania nazista oltre a tracciare una specifica analogia tra Cesare e Mussolini. Le opinioni sono molto varie riguardo al valore artistico della produzione risultante: alcuni vedono nel taglio senza pietà fatto da Welles alla trama (la durata totale era di circa 90 minuti senza intervallo, molti personaggi furono eliminati, dialoghi furono spostati o presi da altre opere, e gli ultimi due atti ridotti ad una singola scena) come un modo radicale e innovativo di tagliare gli elementi superflui del racconto di Shakespeare; altri pensarono che la versione di Welles fosse una versione rimaneggiata e lobotomizzata della tragedia di Shakespeare che mancava della profondità psicologica dell'originale. Molti furono d'accordo sul fatto che la produzione apparteneva più a Welles che a Shakespeare. Tuttavia l'innovazione di Welles ha avuto eco in molte successive produzioni moderne, che hanno visto parallelismi tra la caduta di Cesare e la caduta di vari governi del ventesimo secolo.
Parodie
Parodie Il duo Canadese Wayne and Shuster parodiò Giulio Cesare nel loro sketch del 1958 sciacqua il sangue dalla mia toga. Flavio Massimo è ingaggiato da Bruto per investigare sulla morte di Giulio Cesare. Le procedure di polizia combinano Shakespeare, Dragnet, e gli scherzi di vaudeville e fu trasmesso per la prima volta all'Ed Sullivan Show.
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La tragedia, basata su eventi storici, parla della cospirazione e dell'assassinio del dittatore della Repubblica Romana Giulio Cesare.
L'opera è la prima delle cinque grandi tragedie di Shakespeare (le altre sono l'Amleto, l' Otello, il Re Lear e il Macbeth).
Giulio Cesare
Sono sorte numerose discussioni circa il protagonista della commedia. Alcuni ritengono sia Cesare, causa di tutta l'azione e centro di ogni discussione. altri invece ritengono sia Bruto, e il dramma è costituito dal suo conflitto psicologico tra l'onore, il patriottismo e l'amicizia.
La scena dell'assassinio di Giulio Cesare è forse la parte più conosciuta della tragedia, insieme al discorso di Marco Antonio.
Dopo aver ignorato l'avvertimento dell'indovino e le premonizioni della moglie, Cesare viene assassinato durante una riunione del Senato. Il primo a colpirlo è Casca, l'ultimo è Bruto. Alle famose parole di Cesare "Tu quoque, Brute, fili mi!" Shakespeare aggiunge "Allora cadi, o Cesare!", suggerendo così che Cesare si rifiuta di sopravvivere ad un tale tradimento da parte di una persona in cui egli aveva riposto la sua fiducia.
Contesto elisabettiano
La maggior parte dei critici ritiene che l'opera rifletta il clima di ansietà dell'epoca, dovuto al fatto che la regina Elisabetta I si era rifiutata di nominare un successore, il che avrebbe potuto portare, dopo la sua morte, ad una guerra civile simile a quella scoppiata a Roma.
Trama
L'inizio del racconto si svolge prima a Roma e in secondo luogo in Grecia (Filippi). Bruto, i cui antenati sono celebri per aver cacciato da Roma Tarquinio il Superbo (il fatto è descritto ne Il ratto di Lucrezia), è il figlio di Cesare. Bruto si lascia convincere ad entrare in una cospirazione, ordita da alcuni senatori romani tra cui Cassio, per impedire che Cesare trasformi la Repubblica romana in una monarchia. Dapprima Bruto si oppone a Cassio, ma poi, visto che la congiura acquista un crescente favore popolare, Bruto cambia idea e si unisce ai congiurati.Cesare nel frattempo in un suo viaggio in Egitto si innamora follemente di Cleopatra e si uniscono in amore dando alla luce un figlio: Cesarione. Ritornato a Roma un indovino dice a Cesare di guardarsi dalle Idi di marzo, ma egli ignora l'avvertimento, e viene assassinato proprio quello stesso giorno. Dopo la morte di Cesare, comunque, un altro personaggio compare sullo sfondo come amico di Cesare: si tratta di Marco Antonio che, tramite il celeberrimo discorso Amici, Romani, cittadini, prestatemi orecchio, muove l'opinione pubblica contro gli assassini di Cesare. Dopo la morte di Cesare, Bruto attacca Cassio accusandolo di regicidio in cambio di denaro; i due in seguito si riconciliano, ma mentre entrambi si preparano alla guerra contro Marco Antonio e Ottaviano, lo spettro di Cesare appare a Bruto, annunciandogli la sua prossima sconfitta ("Ci rivedremo a Filippi" - atto IV, scena III).Durante la battaglia le cose si mettono male per i cospiratori e sia Bruto che Cassio decidono di suicidarsi piuttosto che essere fatti prigionieri. La tragedia termina con un accenno alla futura frattura dei rapporti tra Marco Antonio e Ottaviano, che sarà sviluppata nella tragedia Antonio e Cleopatra. nell'ultima parte si accenna alla ascesa al potere di Ottaviano e la sconfitta di Marco Antonio ad Azio nel 31a.C. Dopo essere stato sconfitto Marco Antonio bestemmierà contro Dio.
Testo
La tragedia venne pubblicata per la prima volta nell'In folio del 1623.
Fonti
le fonti dell'opera possono essere fatte risalire alla traduzione di Thomas North della Vita di Cesare e della Vita di Bruto, contenute nelle "Vite parallele" di Plutarco.
Film
Giulio Cesare 1950, con Harold Tasker nel ruolo di Giulio Cesare
Giulio Cesare 1953, con Marlon Brando nel ruolo di Antonio
Giulio Cesare 1970, con Charlton Heston nel ruolo di Antonio
Blackadder the Third, 1985
Importanti riproduzioni teatrali
1599: Un viaggiatore svizzero, Thomas Platter, ha scritto di aver visto a Londra un'opera teatrale riguardante Giulio Cesare il 21 settembre 1599 - questa era probabilmente l'originale riproduzione dell'opera di Shakespeare. Lui inoltre afferma che gli attori ballavano una giga alla fine della recita , una consuetudine del teatro elisabettiano.
1926: La rappresentazione di gran lunga più elaborata fu inscenata durante uno spettacolo di beneficenza per l'Actors' Fund of America all' Hollywood Bowl. Cesare entrava in scena in una carrozza trainata da quattro cavalli bianchi. Il palcoscenico aveva la dimensione di un isolato ed era dominato da una torre centrale alta 24 metri. L'evento era pensato principalmente per creare lavoro per attori disoccupati: 300 gladiatori apparivano in una scena di arena non presente nell'opera di Shakespeare; un simile numero di ragazze danzava come prigioniere di Cesare; un totale di tremila soldati prese parte alle scene di battaglia.
1937: La famosa produzione di Orson Welles al Mercury Theatre scatenò infervorati commenti poiché il direttore vestì i suoi protagonisti con uniformi simili a quelle comuni in quel tempo nell'Italia fascista e nella Germania nazista oltre a tracciare una specifica analogia tra Cesare e Mussolini. Le opinioni sono molto varie riguardo al valore artistico della produzione risultante: alcuni vedono nel taglio senza pietà fatto da Welles alla trama (la durata totale era di circa 90 minuti senza intervallo, molti personaggi furono eliminati, dialoghi furono spostati o presi da altre opere, e gli ultimi due atti ridotti ad una singola scena) come un modo radicale e innovativo di tagliare gli elementi superflui del racconto di Shakespeare; altri pensarono che la versione di Welles fosse una versione rimaneggiata e lobotomizzata della tragedia di Shakespeare che mancava della profondità psicologica dell'originale. Molti furono d'accordo sul fatto che la produzione apparteneva più a Welles che a Shakespeare. Tuttavia l'innovazione di Welles ha avuto eco in molte successive produzioni moderne, che hanno visto parallelismi tra la caduta di Cesare e la caduta di vari governi del ventesimo secolo.
Parodie
Parodie Il duo Canadese Wayne and Shuster parodiò Giulio Cesare nel loro sketch del 1958 sciacqua il sangue dalla mia toga. Flavio Massimo è ingaggiato da Bruto per investigare sulla morte di Giulio Cesare. Le procedure di polizia combinano Shakespeare, Dragnet, e gli scherzi di vaudeville e fu trasmesso per la prima volta all'Ed Sullivan Show.
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lunes, 18 de agosto de 2008
Bernardo Bertolucci/Cinema-Regista
Oggi comincia il Festival di Cinema di Bernardo Bertolucci nell Celarg, per questo poi vedere qui la storia e vittá degli piú importante regista dell´Italia. Bernardo Bertolucci (Parma, 16 marzo 1941) è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico italiano. Primogenito del poeta Attilio Bertolucci (San Lazzaro, Parma, 18 novembre 1911 - Roma, 14 giugno 2000), cugino del produttore cinematografico Giovanni (Parma, 24 giugno 1940) e fratello dell'autore teatrale e regista cinematografico Giuseppe (Parma, 27 febbraio 1947). Inizialmente sembra seguire la strada paterna, interessandosi di poesia e iscrivendosi alla Facoltà di Letteratura Moderna dell'Università La Sapienza di Roma, ma ben presto abbandona gli studi per il cinema facendo da assistente a Pier Paolo Pasolini, suo vicino di casa, ai primi passi come sceneggiatore nel mondo della settima arte. Con una camera a passo ridotto Bertolucci gira due cortometraggi amatoriali nel biennio 1959-1960, La teleferica e La morte del porco
Proprio grazie a Pasolini e all'interessamento del produttore Cino Del Duca, Bertolucci lavora come assistente nel primo film diretto dal letterato friulano, Accattone (1961). Su quel set incontra l'attrice Adriana Asti, che sarà poi sua compagna per diversi anni. L'anno seguente, con Tonino Cervi come produttore, realizza il suo primo lungometraggio, La commare secca, su soggetto e sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini, che inizialmente avrebbe dovuto esserne anche il regista.
Una personale poetica
Si stacca ben presto dal mondo e dalla poetica pasoliniani per inseguire un'idea personale di cinema basata sostanzialmente sull'individualità di persone che si trovano di fronte a bruschi cambiamenti del loro mondo e di quello circostante, a livello esistenziale e politico, senza che essi possano o vogliano cercare una risposta concisa.
Prima della rivoluzione
Tale tematica sarà presente praticamente in tutte le opere di Bertolucci, a partire dal secondo film, Prima della rivoluzione (1964), dove è esemplificata molto chiaramente nella storia di un giovane della borghesia agricola medio-alta di Parma, (Francesco Barilli) il quale, incapace di reagire al suicidio del suo amico più caro e incerto su una direzione da prendere, si getta a capofitto in una relazione con una matura e piacente zia (Adriana Asti) giunta da Milano. Entrambi, però, si rendono conto che quella storia non può durare - lei è anche in cura da uno psicologo - e alla partenza della donna, al giovane non resta che impalmare la promessa sposa imposta dalla famiglia.
Anche nei film che seguono, Bertolucci continua il suo personale discorso intorno all'ambiguità esistenziale e politica, soprattutto in Partner (1968), interpretato da Pierre Clementi, ne Il conformista (1970) con Jean-Louis Trintignant e con Strategia del ragno; opere presentate in diversi festival ma dallo scarso successo di pubblico.
Nel 1971 fu tra i firmatari del documento pubblicato sul settimanale L'espresso contro il commissario Luigi Calabresi.
Lo scandalo di Ultimo tango a Parigi
La grande notorietà per Bertolucci arriva nel 1972, con un film "scandaloso" che ha di fatto segnato un epoca: Ultimo tango a Parigi, con Marlon Brando e Maria Schneider, Jean-Pierre Leaud e Massimo Girotti, dove il sesso è visto come unica risposta possibile, ma non definitiva, al conformismo del mondo circostante; i protagonisti di questo film, come quelli che seguiranno, sono esseri alla deriva, quasi sbandati, la cui unica via d'uscita è la trasgressione.
Il film, dopo la sua prima proiezione a New York, subì notevoli traversie censorie in Italia (che comunque non impedirono al film di piazzarsi secondo nella classifica cinematografica 1972-1973); ben presto sequestrata, la pellicola venne ritirata dalla Cassazione il 29 gennaio 1976, e il regista fu condannato per offesa al comune senso del pudore, colpa per la quale venne privato dei diritti civili per cinque anni, fra cui il diritto di voto. Dopo svariati processi d'appello, la pellicola venne dissequestrata nel 1987. Le rimaste dopo il macero vennero depositate alla Cineteca Nazionale di Roma e quelle integrali, conservate in cineteche estere, sono servite come base per editare il film in DVD.
Notorietà a livello mondiale
Bertolucci incrementa la sua notorietà con le opere successive, da Novecento (1976), epico affresco delle lotte contadine emiliane dai primi anni del secolo alla Seconda guerra mondiale che si avvale di un prestigioso cast internazionale (da Robert De Niro a Gerard Depardieu, Donald Sutherland, Sterling Hayden, Burt Lancaster, Dominique Sanda) a La luna, ambientato a New York, in cui affronta lo scabroso tema dell'incesto, fino a La tragedia di un uomo ridicolo (1981), con Ugo Tognazzi.
Arrivano gli Oscar con L'ultimo imperatore
Negli anni Ottanta Bertolucci gira soprattutto all'estero kolossal di straordinaria potenza visiva. Nel 1987 dirige in Cina L'ultimo imperatore, un grande successo internazionale che si aggiudica ben nove premi Oscar, tra cui quelli per il miglior film e la migliore regia. Nel 1990 gira in Marocco il film Il tè nel deserto (1990), tratto da un romanzo di Paul Bowles, mentre nel 1993 è la volta del Piccolo Buddha con Keanu Reeves, ambientato in Nepal e negli Stati Uniti.
Gli ultimi film
In seguito il regista torna a girare in Italia riprendendo le sue predilette tematiche intimiste con risultati alterni di critica e pubblico, a partire da Io ballo da sola (1996), per proseguire con L'assedio (1998). Del 2003 è il nostalgico The Dreamers - I sognatori, che ripercorre una vicenda di passioni politiche e rivoluzioni sessuali di una coppia di fratelli, nella Parigi del 1968.
Nel 2007 riceve il Leone d'Oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia.
Anche sceneggiatore, produttore e attore
Per il cinema Bertolucci ha scritto anche numerose sceneggiature per i film suoi e per quelli diretti da altri, due dei quali da lui prodotti.La sua unica esperienza come attore si è avuta con il film Golem, lo spirito dell'esilio diretto nel 1992 da Amos Gitai. Dopo la separazione con Adriana Asti si unisce con Clare Peploe, sceneggiatrice e regista autrice insieme a Mark Peploe di Professione Reporter, già collaboratrice di Michelangelo Antonioni.
Oscar al miglior regista 1988.
Oscar alla migliore sceneggiatura non originale 1988.
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Proprio grazie a Pasolini e all'interessamento del produttore Cino Del Duca, Bertolucci lavora come assistente nel primo film diretto dal letterato friulano, Accattone (1961). Su quel set incontra l'attrice Adriana Asti, che sarà poi sua compagna per diversi anni. L'anno seguente, con Tonino Cervi come produttore, realizza il suo primo lungometraggio, La commare secca, su soggetto e sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini, che inizialmente avrebbe dovuto esserne anche il regista.
Una personale poetica
Si stacca ben presto dal mondo e dalla poetica pasoliniani per inseguire un'idea personale di cinema basata sostanzialmente sull'individualità di persone che si trovano di fronte a bruschi cambiamenti del loro mondo e di quello circostante, a livello esistenziale e politico, senza che essi possano o vogliano cercare una risposta concisa.
Prima della rivoluzione
Tale tematica sarà presente praticamente in tutte le opere di Bertolucci, a partire dal secondo film, Prima della rivoluzione (1964), dove è esemplificata molto chiaramente nella storia di un giovane della borghesia agricola medio-alta di Parma, (Francesco Barilli) il quale, incapace di reagire al suicidio del suo amico più caro e incerto su una direzione da prendere, si getta a capofitto in una relazione con una matura e piacente zia (Adriana Asti) giunta da Milano. Entrambi, però, si rendono conto che quella storia non può durare - lei è anche in cura da uno psicologo - e alla partenza della donna, al giovane non resta che impalmare la promessa sposa imposta dalla famiglia.
Anche nei film che seguono, Bertolucci continua il suo personale discorso intorno all'ambiguità esistenziale e politica, soprattutto in Partner (1968), interpretato da Pierre Clementi, ne Il conformista (1970) con Jean-Louis Trintignant e con Strategia del ragno; opere presentate in diversi festival ma dallo scarso successo di pubblico.
Nel 1971 fu tra i firmatari del documento pubblicato sul settimanale L'espresso contro il commissario Luigi Calabresi.
Lo scandalo di Ultimo tango a Parigi
La grande notorietà per Bertolucci arriva nel 1972, con un film "scandaloso" che ha di fatto segnato un epoca: Ultimo tango a Parigi, con Marlon Brando e Maria Schneider, Jean-Pierre Leaud e Massimo Girotti, dove il sesso è visto come unica risposta possibile, ma non definitiva, al conformismo del mondo circostante; i protagonisti di questo film, come quelli che seguiranno, sono esseri alla deriva, quasi sbandati, la cui unica via d'uscita è la trasgressione.
Il film, dopo la sua prima proiezione a New York, subì notevoli traversie censorie in Italia (che comunque non impedirono al film di piazzarsi secondo nella classifica cinematografica 1972-1973); ben presto sequestrata, la pellicola venne ritirata dalla Cassazione il 29 gennaio 1976, e il regista fu condannato per offesa al comune senso del pudore, colpa per la quale venne privato dei diritti civili per cinque anni, fra cui il diritto di voto. Dopo svariati processi d'appello, la pellicola venne dissequestrata nel 1987. Le rimaste dopo il macero vennero depositate alla Cineteca Nazionale di Roma e quelle integrali, conservate in cineteche estere, sono servite come base per editare il film in DVD.
Notorietà a livello mondiale
Bertolucci incrementa la sua notorietà con le opere successive, da Novecento (1976), epico affresco delle lotte contadine emiliane dai primi anni del secolo alla Seconda guerra mondiale che si avvale di un prestigioso cast internazionale (da Robert De Niro a Gerard Depardieu, Donald Sutherland, Sterling Hayden, Burt Lancaster, Dominique Sanda) a La luna, ambientato a New York, in cui affronta lo scabroso tema dell'incesto, fino a La tragedia di un uomo ridicolo (1981), con Ugo Tognazzi.
Arrivano gli Oscar con L'ultimo imperatore
Negli anni Ottanta Bertolucci gira soprattutto all'estero kolossal di straordinaria potenza visiva. Nel 1987 dirige in Cina L'ultimo imperatore, un grande successo internazionale che si aggiudica ben nove premi Oscar, tra cui quelli per il miglior film e la migliore regia. Nel 1990 gira in Marocco il film Il tè nel deserto (1990), tratto da un romanzo di Paul Bowles, mentre nel 1993 è la volta del Piccolo Buddha con Keanu Reeves, ambientato in Nepal e negli Stati Uniti.
Gli ultimi film
In seguito il regista torna a girare in Italia riprendendo le sue predilette tematiche intimiste con risultati alterni di critica e pubblico, a partire da Io ballo da sola (1996), per proseguire con L'assedio (1998). Del 2003 è il nostalgico The Dreamers - I sognatori, che ripercorre una vicenda di passioni politiche e rivoluzioni sessuali di una coppia di fratelli, nella Parigi del 1968.
Nel 2007 riceve il Leone d'Oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia.
Anche sceneggiatore, produttore e attore
Per il cinema Bertolucci ha scritto anche numerose sceneggiature per i film suoi e per quelli diretti da altri, due dei quali da lui prodotti.La sua unica esperienza come attore si è avuta con il film Golem, lo spirito dell'esilio diretto nel 1992 da Amos Gitai. Dopo la separazione con Adriana Asti si unisce con Clare Peploe, sceneggiatrice e regista autrice insieme a Mark Peploe di Professione Reporter, già collaboratrice di Michelangelo Antonioni.
Oscar al miglior regista 1988.
Oscar alla migliore sceneggiatura non originale 1988.
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jueves, 14 de agosto de 2008
Il ritratto di Dorian Gray (Libro)
Il ritratto di Dorian Gray (The Picture of Dorian Gray) è un romanzo di Oscar Wilde.
Uscì originariamente nel luglio del 1890 sul Lippincott's Monthly Magazine, mentre nel 1891 lo stesso autore pubblicò sul The Fortnightly Review una prefazione al romanzo ("A Preface to The Picture of Dorian Gray"), per rispondere ad alcune polemiche sollevate dalla sua opera.
Nell'aprile 1891 Wilde fece stampare in volume il romanzo, unendovi la propria prefazione. Per esigenze puramente commerciali, legate al gusto dell'epoca, l'autore revisionò il proprio romanzo e vi aggiunse molti capitoli (il 3°, il 5°, il 15°, il 16°, il 17° e il 18°) per rendere più "voluminosa" l'opera. Secondo alcuni critici, però, quest'operazione arrecò danno al romanzo originale, facendogli perdere spontaneità e una certa dose di mistero: per questo in alcune edizioni si può trovare ancora la versione originale.
Tramma
Il famosissimo pittore londinese Basil Hallward mostra al suo amico Lord Henry Wotton la sua ultima opera: il ritratto di un giovane nobile. Lord Henry è stupito dalla bellezza del ritratto e soggetto raffigurato, e chiede a Basil di conoscerlo di persona. Il pittore cede ed è costretto a presentargli il bellissimo e giovane Dorian Gray.
Il giovane ed innocente Dorian lega subito con il vissuto Lord Henry, ammaliato dall'oratoria del suo interlocutore. Lord Henry Wotton invita il giovane a non sprecare il dono della bellezza e della gioventù, e di sfruttare tutto questo per iniziare una vita piena di esperienze.
Questi spinge Dorian Gray ad esprimere, in verità per gioco, un desiderio: desidererebbe che i segni della vita e dell'età comparissero non sul suo volto, bensì su quello ritratto da Basil, e in cambio di questo prodigio sarebbe disposto a ceder la propria anima. Ma quello che è nato per scherzo, si avvera.
Mano a mano che il giovane Dorian perde la sua innocenza, che accumula esperienze non sempre gratificanti, il suo ritratto acquista una ruga, od un'espressione maligna. Dorian Gray, quando se ne accorge, ne è spaventato e nasconde il ritratto in soffitta: nessuno dovrà sapere quanto è sporca la sua anima, quell'anima resa visibile dal ritratto.
Dopo molte travagliate vicende, compreso l'assassinio dell'amico pittore Basil, (perché lo riteneva responsabile del "sortilegio") la sua corruzione è massima ma conserva ancora una faccia innocente che gli procura la simpatia della gente.Stanco del suo triste segreto, voglioso di dimenticare e di poter cominciare un nuovo capitolo della propria esistenza, ed essere realmente buono decide di distruggere l'odiata tela. Ma il ritratto è custode della sua anima e il pugnale che la mano di Dorian muove per distruggerlo finirà per colpire egli stesso. Caduto a terra morente, il suo volto riacquisterà le sue naturali fattezze, mentre il dipinto liberato dalla diabolica anima tornerà a risplendere la giovinezza di venti anni prima.
Crittica Letteraria
Il ritratto di Dorian Gray si configura come un eccellente capolavoro della letteratura inglese e come una vera e propria celebrazione del culto della bellezza. Una ‘professione di fede’ che Wilde tende a fare propria e a perseguire nell’arco della sua intera esistenza, sia attraverso la sua produzione artistica che per mezzo della sua condotta decisamente anti-Vittoriana e anti-conformista, sprezzante del buonsenso e dei canoni della morale borghese.
La vita per Wilde, si configura infatti come un’opera d’arte ben riuscita. Wilde opta quindi per il rovesciamento del principio secondo cui è l’arte che imita la vita, trasformandolo nel presupposto per il quale è la vita ad imitare l’arte. La vita è pertanto prodotto e risultato dell’arte. Di qui l’importanza attribuita all’apparenza e al dominio dei sensi, che perviene quindi all’estetismo (dal greco, ‘percepire con i sensi’), atteggiamento tipicamente wildiano (ma anche dannunziano) e caratterizzato dalla concezione di un arte fondamentalmente fine a sé stessa (art for art’s sake).
Un’esperienza, quella estetica, che non sempre si rivela giusta e retta. La visione della vita come arte implica infatti da un lato la ricerca del piacere, ovvero l’edonismo, dall’altro uno stile di vita disinibito e dissoluto che porta allo sfacelo morale e, nel caso di Dorian Gray, al crimine.
La storia di Dorian è la storia di un ragazzo particolarmente bello, il quale, proprio in virtù del suo straordinario fascino, viene dipinto in un quadro dal pittore Basil. Dorian viene però anche plagiato e iniziato al culto della bellezza dall’esteta Lord Henry, il quale gli spalanca contemporaneamente le porte del Male, ribadendogli più volte: «La vita ha in serbo tutto per voi. Non c’è nulla che voi non possiate ottenere, con la vostra straordinaria bellezza.» Mentre Dorian contempla la sua bellezza fedelmente raffigurata nel quadro esprime, quasi innocentemente il desiderio che il dipinto possa portare al suo posto i segni del passare del tempo, in modo che la sua bellezza originaria si possa mantenere per sempre intatta e inalterata. Il ‘patto col diavolo’ però si realizza e, mentre il quadro porta i segni dell’età che avanza, l’anima di Dorian porta quelli della progressiva decadenza morale, alla quale l’eccessiva dedizione al culto del bello (ma anche la lettura del romanzo À rebours di Huysmans) lo ha condotto. Scrive Wilde nel romanzo: «Niente ti rende così vanitoso come sentirti dare del peccatore»; e ancora: «Il peccato è una cosa che si legge nel volto di un uomo. Il peccato non si può nascondere.»
Wilde descrive in queste righe la decisione di Dorian di coprire una volta per tutte il quadro, orrenda testimonianza della dissolutezza e della bruttezza morale del suo soggetto.
«[...] uno splendido tessuto del tardi settecento veneziano [...] poteva servire ad avvolgere quell’orrore [il quadro]. Ora avrebbe coperto una cosa che aveva una putredine propria, più decomposta di un cadavere – che avrebbe nutrito orrori, e non sarebbe mai morta. Quello che i vermi sono per il cadavere, i suoi peccati sarebbero stati per l’immagine dipinta sulla tela. Avrebbero invaso la sua bellezza, e ne avrebbero divorato la grazia. L’avrebbero deturpata, e resa ripugnante. Tuttavia la materia avrebbe continuato a vivere. Sarebbe vissuta in eterno.»
E una donna, vittima dei comportamenti licenziosi di Dorian dirà:
«Di tutti quelli che vengono qui è il peggiore. Dicono che si è venduto al diavolo per serbare un viso intatto. Son quasi diciott’anni che lo conosco. Lui non è molto cambiato da allora. Ma io sì” aggiunse, con una smorfia disgustosa.» «Me lo giuri?» «Lo giuro» disse la bocca sciupata, come un'eco rauca. «Ma non tradirmi» piagnucolò. «Ho paura di lui.»
Dorian è completamente dedito ad un culto estetico che si traduce in uno stile di vita vizioso e depravato, e che lo porta a compiere nequizie d’ogni genere, culminanti nell’omicidio di quello che Dorian ritiene essere il colpevole della sua depravazione, ovvero l’artefice del dipinto, Basil. Non sopportando più di scorgere nel quadro, da anni segretamente riposto in soffitta, il ghigno maligno della sua dissoluzione decide di disfarsi anche di esso ma, quando pugnala la tela, cade a terra morto. Distruggendo il quadro Dorian pone fine all’altra parte inseparabile di sé, e quindi anche alla sua stessa vita, ricongiungendosi infine con la sua anima abietta e maligna.Riguardo al romanzo Wilde avrà occasione di dire, in una lettera del 1894: “Basil è ciò che penso di essere. Henry è ciò che il mondo pensa di me. Dorian è ciò che io vorrei essere”. Ed è proprio in queste poche righe che si cela il quanto mai misterioso messaggio di Wilde, secondo cui, in definitiva, il solo personaggio del romanzo non è altro che lui stesso.
Gli afforismi di Lord Wotton
Come tutte le opere di Wilde, anche Il ritratto di Dorian Gray è infarcito di sentenze, che in questo caso vengono emesse quasi esclusivamente da Lord Wotton, che ha un gusto particolare per la creazione di aforismi o pseudoaforismi. Molti di questi sono quelli che perderanno l'innocente Dorian.
Quelli di Wilde non sono veri e propri aforismi, nel senso che in genere non sono autonomi, non possono essere estrapolati dal loro contesto. Molte sentenze di Lord Wotton sono semplicemente frasi ad effetto o frasi che condensano luoghi comuni, di nessun interesse. Molti sono poi gli aforismi che mirano solo a colpire il lettore ma non hanno né vogliono avere alcun valore di verità, tanto che possono essere facilmente rovesciati (anche perché molti derivano dal rovesciamento di luoghi comuni): sono quelli che Eco chiama i paradossi cancrizzabili. Wilde li mette in bocca a Lord Wotton perché sono parte del suo ruolo di uomo fatuo, che mira solo a colpire le altre persone senza alcun riguardo per una morale (che è poi la visione distorta ed estremizzata che la gente ha di Wilde stesso). Lord Henry pronuncia anche molti paradossi autentici cioè non rovesciabili: resta in ogni caso discutibile classificarli come aforismi, proprio perché non sono in genere massime autonome e soprattutto perché l'autore le formula senza alcuna pretesa che siano vere. Non si percepisce assolutamente nel libro una condanna morale da parte di Wilde verso Dorian, anzi si evince profonda simpatia per lui che, in fondo, è più vittima che carnefice.
Perssonaggi
Dorian Gray, giovane bello e innocente all'inizio del racconto ma poi, dopo aver desiderato di non invecchiare mai diventa una persona crudele. Lord Henry Wotton gli fa aprire gli occhi sulla sua bellezza e allora Dorian desidera di restare giovane in eterno. Ogni volta che compie un'azione scorretta, non sarà lui a mutare ma il suo ritratto. Quando Dorian si rende ormai conto che è divenuto una persona orribile (interiormente) decide di disfarsi del suo "vecchio ritratto", ma poiché esso è la sua anima, quando impugna il coltello per distruggerlo,egli colpisce se stesso al cuore.
Lord Henry Wotton, suo amico ed in qualche modo il diavolo tentatore. È lui che rende Dorian Gray una persona spietata, tutto ciò accade soltanto perché lo fa accorgere di tutto ciò che potrebbe fare tramite il suo aspetto rassicurante ed innocente.
Basil Hallward, pittore amico di Dorian che lo ha reso un pittore di alto livello grazie alla sua presenza influente. Ha degli stimoli omosessuali verso il ragazzo dal nome Dorian, ma l'unica cosa che riesce ad ottenere è una coltellata nella nuca, quando Basil prega Dorian di ravvedersi per il male compiuto.
Alan Campbell, chimico legato a Dorian che si è in qualche modo sacrificato per lui.
Sibyl Vane, la ragazza di cui Dorian si innamora e con la quale non riesce neppure a stabilire un contatto fisico
James Vane, il fratello di Sibyl, che dopo la morte della sorella tenta di uccidere Dorian Gray.
Oscar Wilde in una lettera ad un suo amico (Robert Ross)dice: Basil Hallward è quello che credo di essere, Henry Wotton è come il mondo mi dipinge e Dorian Gray è quello che mi piacerebbe essere.
Altre opere ispirate al romanzo
Nel romanzo Dorian, del 2004, Will Self rielabora in chiave moderna ed omosessuale il mito di Dorian Gray, calandolo nella Londra degli anni ottanta.
Nel 2002 è stato realizzato un musical basato sul romanzo di Wilde da Tato Russo in collaborazione con Mario Ciervo; al 2006, il musical ha realizzato 4 anni di repliche.
Note
Sugli aforismi in generale e in particolare sugli aforismi di Wilde, si veda Umberto Eco, Wilde. Paradosso e aforisma, in Sulla letteratura, Bompiani, Milano 2002. Per qualche esempio, consultare l'elenco di aforismi collegato.
Preso da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Uscì originariamente nel luglio del 1890 sul Lippincott's Monthly Magazine, mentre nel 1891 lo stesso autore pubblicò sul The Fortnightly Review una prefazione al romanzo ("A Preface to The Picture of Dorian Gray"), per rispondere ad alcune polemiche sollevate dalla sua opera.
Nell'aprile 1891 Wilde fece stampare in volume il romanzo, unendovi la propria prefazione. Per esigenze puramente commerciali, legate al gusto dell'epoca, l'autore revisionò il proprio romanzo e vi aggiunse molti capitoli (il 3°, il 5°, il 15°, il 16°, il 17° e il 18°) per rendere più "voluminosa" l'opera. Secondo alcuni critici, però, quest'operazione arrecò danno al romanzo originale, facendogli perdere spontaneità e una certa dose di mistero: per questo in alcune edizioni si può trovare ancora la versione originale.
Tramma
Il famosissimo pittore londinese Basil Hallward mostra al suo amico Lord Henry Wotton la sua ultima opera: il ritratto di un giovane nobile. Lord Henry è stupito dalla bellezza del ritratto e soggetto raffigurato, e chiede a Basil di conoscerlo di persona. Il pittore cede ed è costretto a presentargli il bellissimo e giovane Dorian Gray.
Il giovane ed innocente Dorian lega subito con il vissuto Lord Henry, ammaliato dall'oratoria del suo interlocutore. Lord Henry Wotton invita il giovane a non sprecare il dono della bellezza e della gioventù, e di sfruttare tutto questo per iniziare una vita piena di esperienze.
Questi spinge Dorian Gray ad esprimere, in verità per gioco, un desiderio: desidererebbe che i segni della vita e dell'età comparissero non sul suo volto, bensì su quello ritratto da Basil, e in cambio di questo prodigio sarebbe disposto a ceder la propria anima. Ma quello che è nato per scherzo, si avvera.
Mano a mano che il giovane Dorian perde la sua innocenza, che accumula esperienze non sempre gratificanti, il suo ritratto acquista una ruga, od un'espressione maligna. Dorian Gray, quando se ne accorge, ne è spaventato e nasconde il ritratto in soffitta: nessuno dovrà sapere quanto è sporca la sua anima, quell'anima resa visibile dal ritratto.
Dopo molte travagliate vicende, compreso l'assassinio dell'amico pittore Basil, (perché lo riteneva responsabile del "sortilegio") la sua corruzione è massima ma conserva ancora una faccia innocente che gli procura la simpatia della gente.Stanco del suo triste segreto, voglioso di dimenticare e di poter cominciare un nuovo capitolo della propria esistenza, ed essere realmente buono decide di distruggere l'odiata tela. Ma il ritratto è custode della sua anima e il pugnale che la mano di Dorian muove per distruggerlo finirà per colpire egli stesso. Caduto a terra morente, il suo volto riacquisterà le sue naturali fattezze, mentre il dipinto liberato dalla diabolica anima tornerà a risplendere la giovinezza di venti anni prima.
Crittica Letteraria
Il ritratto di Dorian Gray si configura come un eccellente capolavoro della letteratura inglese e come una vera e propria celebrazione del culto della bellezza. Una ‘professione di fede’ che Wilde tende a fare propria e a perseguire nell’arco della sua intera esistenza, sia attraverso la sua produzione artistica che per mezzo della sua condotta decisamente anti-Vittoriana e anti-conformista, sprezzante del buonsenso e dei canoni della morale borghese.
La vita per Wilde, si configura infatti come un’opera d’arte ben riuscita. Wilde opta quindi per il rovesciamento del principio secondo cui è l’arte che imita la vita, trasformandolo nel presupposto per il quale è la vita ad imitare l’arte. La vita è pertanto prodotto e risultato dell’arte. Di qui l’importanza attribuita all’apparenza e al dominio dei sensi, che perviene quindi all’estetismo (dal greco, ‘percepire con i sensi’), atteggiamento tipicamente wildiano (ma anche dannunziano) e caratterizzato dalla concezione di un arte fondamentalmente fine a sé stessa (art for art’s sake).
Un’esperienza, quella estetica, che non sempre si rivela giusta e retta. La visione della vita come arte implica infatti da un lato la ricerca del piacere, ovvero l’edonismo, dall’altro uno stile di vita disinibito e dissoluto che porta allo sfacelo morale e, nel caso di Dorian Gray, al crimine.
La storia di Dorian è la storia di un ragazzo particolarmente bello, il quale, proprio in virtù del suo straordinario fascino, viene dipinto in un quadro dal pittore Basil. Dorian viene però anche plagiato e iniziato al culto della bellezza dall’esteta Lord Henry, il quale gli spalanca contemporaneamente le porte del Male, ribadendogli più volte: «La vita ha in serbo tutto per voi. Non c’è nulla che voi non possiate ottenere, con la vostra straordinaria bellezza.» Mentre Dorian contempla la sua bellezza fedelmente raffigurata nel quadro esprime, quasi innocentemente il desiderio che il dipinto possa portare al suo posto i segni del passare del tempo, in modo che la sua bellezza originaria si possa mantenere per sempre intatta e inalterata. Il ‘patto col diavolo’ però si realizza e, mentre il quadro porta i segni dell’età che avanza, l’anima di Dorian porta quelli della progressiva decadenza morale, alla quale l’eccessiva dedizione al culto del bello (ma anche la lettura del romanzo À rebours di Huysmans) lo ha condotto. Scrive Wilde nel romanzo: «Niente ti rende così vanitoso come sentirti dare del peccatore»; e ancora: «Il peccato è una cosa che si legge nel volto di un uomo. Il peccato non si può nascondere.»
Wilde descrive in queste righe la decisione di Dorian di coprire una volta per tutte il quadro, orrenda testimonianza della dissolutezza e della bruttezza morale del suo soggetto.
«[...] uno splendido tessuto del tardi settecento veneziano [...] poteva servire ad avvolgere quell’orrore [il quadro]. Ora avrebbe coperto una cosa che aveva una putredine propria, più decomposta di un cadavere – che avrebbe nutrito orrori, e non sarebbe mai morta. Quello che i vermi sono per il cadavere, i suoi peccati sarebbero stati per l’immagine dipinta sulla tela. Avrebbero invaso la sua bellezza, e ne avrebbero divorato la grazia. L’avrebbero deturpata, e resa ripugnante. Tuttavia la materia avrebbe continuato a vivere. Sarebbe vissuta in eterno.»
E una donna, vittima dei comportamenti licenziosi di Dorian dirà:
«Di tutti quelli che vengono qui è il peggiore. Dicono che si è venduto al diavolo per serbare un viso intatto. Son quasi diciott’anni che lo conosco. Lui non è molto cambiato da allora. Ma io sì” aggiunse, con una smorfia disgustosa.» «Me lo giuri?» «Lo giuro» disse la bocca sciupata, come un'eco rauca. «Ma non tradirmi» piagnucolò. «Ho paura di lui.»
Dorian è completamente dedito ad un culto estetico che si traduce in uno stile di vita vizioso e depravato, e che lo porta a compiere nequizie d’ogni genere, culminanti nell’omicidio di quello che Dorian ritiene essere il colpevole della sua depravazione, ovvero l’artefice del dipinto, Basil. Non sopportando più di scorgere nel quadro, da anni segretamente riposto in soffitta, il ghigno maligno della sua dissoluzione decide di disfarsi anche di esso ma, quando pugnala la tela, cade a terra morto. Distruggendo il quadro Dorian pone fine all’altra parte inseparabile di sé, e quindi anche alla sua stessa vita, ricongiungendosi infine con la sua anima abietta e maligna.Riguardo al romanzo Wilde avrà occasione di dire, in una lettera del 1894: “Basil è ciò che penso di essere. Henry è ciò che il mondo pensa di me. Dorian è ciò che io vorrei essere”. Ed è proprio in queste poche righe che si cela il quanto mai misterioso messaggio di Wilde, secondo cui, in definitiva, il solo personaggio del romanzo non è altro che lui stesso.
Gli afforismi di Lord Wotton
Come tutte le opere di Wilde, anche Il ritratto di Dorian Gray è infarcito di sentenze, che in questo caso vengono emesse quasi esclusivamente da Lord Wotton, che ha un gusto particolare per la creazione di aforismi o pseudoaforismi. Molti di questi sono quelli che perderanno l'innocente Dorian.
Quelli di Wilde non sono veri e propri aforismi, nel senso che in genere non sono autonomi, non possono essere estrapolati dal loro contesto. Molte sentenze di Lord Wotton sono semplicemente frasi ad effetto o frasi che condensano luoghi comuni, di nessun interesse. Molti sono poi gli aforismi che mirano solo a colpire il lettore ma non hanno né vogliono avere alcun valore di verità, tanto che possono essere facilmente rovesciati (anche perché molti derivano dal rovesciamento di luoghi comuni): sono quelli che Eco chiama i paradossi cancrizzabili. Wilde li mette in bocca a Lord Wotton perché sono parte del suo ruolo di uomo fatuo, che mira solo a colpire le altre persone senza alcun riguardo per una morale (che è poi la visione distorta ed estremizzata che la gente ha di Wilde stesso). Lord Henry pronuncia anche molti paradossi autentici cioè non rovesciabili: resta in ogni caso discutibile classificarli come aforismi, proprio perché non sono in genere massime autonome e soprattutto perché l'autore le formula senza alcuna pretesa che siano vere. Non si percepisce assolutamente nel libro una condanna morale da parte di Wilde verso Dorian, anzi si evince profonda simpatia per lui che, in fondo, è più vittima che carnefice.
Perssonaggi
Dorian Gray, giovane bello e innocente all'inizio del racconto ma poi, dopo aver desiderato di non invecchiare mai diventa una persona crudele. Lord Henry Wotton gli fa aprire gli occhi sulla sua bellezza e allora Dorian desidera di restare giovane in eterno. Ogni volta che compie un'azione scorretta, non sarà lui a mutare ma il suo ritratto. Quando Dorian si rende ormai conto che è divenuto una persona orribile (interiormente) decide di disfarsi del suo "vecchio ritratto", ma poiché esso è la sua anima, quando impugna il coltello per distruggerlo,egli colpisce se stesso al cuore.
Lord Henry Wotton, suo amico ed in qualche modo il diavolo tentatore. È lui che rende Dorian Gray una persona spietata, tutto ciò accade soltanto perché lo fa accorgere di tutto ciò che potrebbe fare tramite il suo aspetto rassicurante ed innocente.
Basil Hallward, pittore amico di Dorian che lo ha reso un pittore di alto livello grazie alla sua presenza influente. Ha degli stimoli omosessuali verso il ragazzo dal nome Dorian, ma l'unica cosa che riesce ad ottenere è una coltellata nella nuca, quando Basil prega Dorian di ravvedersi per il male compiuto.
Alan Campbell, chimico legato a Dorian che si è in qualche modo sacrificato per lui.
Sibyl Vane, la ragazza di cui Dorian si innamora e con la quale non riesce neppure a stabilire un contatto fisico
James Vane, il fratello di Sibyl, che dopo la morte della sorella tenta di uccidere Dorian Gray.
Oscar Wilde in una lettera ad un suo amico (Robert Ross)dice: Basil Hallward è quello che credo di essere, Henry Wotton è come il mondo mi dipinge e Dorian Gray è quello che mi piacerebbe essere.
Altre opere ispirate al romanzo
Nel romanzo Dorian, del 2004, Will Self rielabora in chiave moderna ed omosessuale il mito di Dorian Gray, calandolo nella Londra degli anni ottanta.
Nel 2002 è stato realizzato un musical basato sul romanzo di Wilde da Tato Russo in collaborazione con Mario Ciervo; al 2006, il musical ha realizzato 4 anni di repliche.
Note
Sugli aforismi in generale e in particolare sugli aforismi di Wilde, si veda Umberto Eco, Wilde. Paradosso e aforisma, in Sulla letteratura, Bompiani, Milano 2002. Per qualche esempio, consultare l'elenco di aforismi collegato.
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Il giudizio universale (Film)
Il giudizio universale è un film del 1961 diretto da Vittorio De Sica, con soggetto e sceneggiatura di Cesare Zavattini e caratterizzato da una pletora di attori "di grido", assolutamente voluti dal produttore Dino De Laurentiis, molto probabilmente contro la volontà del regista, che amava piuttosto lavorare con attori agli esordi o addirittura, come si diceva allora, "presi dalla strada".
In pochi film dell'intera storia del cinema italiano è capitato che lavorassero insieme attori del calibro di Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Paolo Stoppa, Fernandel (il Don Camillo della celeberrima serie cinematografica), Renato Rascel, Silvana Mangano, Anouk Aimee, Jack Palance, Ernest Borgnine, Lino Ventura, per citarne solo una buona parte, più i veloci camei di Domenico Modugno e Mike Bongiorno nella parte di sé stessi.
Ciò nonostante, il film riuscì ad essere insieme un insuccesso clamoroso di pubblico e massacrato dalla critica.
Inquadramento generale del film
Si tratta di un tentativo da parte di De Sica e Zavattini di ritornare all'ispirazione surreale più che neorealistica di Miracolo a Milano, ma appunto le scelte di grandeur di De Laurentiis fecero sì che in un film su Napoli gli attori napoletani fossero virtualmente assenti] e che parecchi interpreti passassero attraverso le riprese senza ben capire cosa De Sica volesse da loro.
Le uniche eccezioni sono Sordi che tratteggia con gelida perfidia uno dei personaggi più atroci di tutta la sua carriera, e Stoppa, misuratissimo quanto efficace nella parte del marito che scopre per caso il tradimento della moglie. Eccellenti i caratteristi di sfondo, questi sì quasi tutti napoletani, tanto da lasciare il dubbio a parecchi critici che la stessa sceneggiatura depurata dal faraonico cast internazionale avrebbe prodotto ben altri esiti artistici.
La trama
Lo spunto è semplice quanto potenzialmente geniale: al mattino di una normale giornata di una Napoli che comincia a sentire i complessi e non sempre positivi effetti del boom economico, una stentorea voce che sembra arrivare dall'alto dei cieli annuncia che Alle 18 comincia il Giudizio Universale.
L'annuncio si ripete con sempre maggiore insistenza, dapprima trattato con sufficienza e poi sempre più terrorizzante. La trama si frammenta in una serie di scenari e storie intrecciate fra loro: la preparazione del gran ballo del Duca a cui tutta Napoli è invitata, la lotta per procurarsi vestiti all'altezza nei rioni più poveri, ricchi annoiati che si corteggiano, un marito che scopre casualmente la moglie con l'amante, un povero cristo che sbarca il lunario vendendo bambini in America, un giovanotto della buona società fatto oggetto di sberleffi dal popolino feroce, l'improbabile difesa di un maneggione da parte di un verboso avvocato (lo stesso De Sica), e l'impatto sempre più scardinante della voce misteriosa su questa varia umanità. Chi si pente troppo tardi, chi si dà alla pazza gioia, chi ostenta una falsa indifferenza.
All'orario annunciato, la città viene sferzata da un tremendo diluvio (che la voce misteriosa sia già passata alla fase delle sanzioni?) dopo di che, con grande solennità, il Giudizio comincia per concludersi però altrettanto misteriosamente di quanto si è annunciato. Tornato il sole, la gente si precipita al ballo del Duca e ben presto tutto viene dimenticato, al suono di una ironica Ninna nanna.
Valutazione critica
Il film è una chicca per molti cinefili ma, appunto, tale dev'essere considerato. Almeno una dozzina di grandi talenti cinematografici sono ammassati, e diretti da De Sica con indubbia maestria ma anche con problemi di gestione insormontabili. Numerosi i bozzetti ben riusciti, da quelli esilaranti a quelli commoventi a quelli sferzanti, ma con una metafora calcistica si potrebbe dire che manca il gioco di squadra.
Il finale, veramente debole e un po' moralistico dopo un climax tanto ben condotto, penalizza ulteriormente il film.
Note ^ Gaetano Fusco, Le mani sullo schermo. Il cinema secondo Achille Lauro, Napoli, Liguori, 2006, p.71.
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In pochi film dell'intera storia del cinema italiano è capitato che lavorassero insieme attori del calibro di Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Paolo Stoppa, Fernandel (il Don Camillo della celeberrima serie cinematografica), Renato Rascel, Silvana Mangano, Anouk Aimee, Jack Palance, Ernest Borgnine, Lino Ventura, per citarne solo una buona parte, più i veloci camei di Domenico Modugno e Mike Bongiorno nella parte di sé stessi.
Ciò nonostante, il film riuscì ad essere insieme un insuccesso clamoroso di pubblico e massacrato dalla critica.
Inquadramento generale del film
Si tratta di un tentativo da parte di De Sica e Zavattini di ritornare all'ispirazione surreale più che neorealistica di Miracolo a Milano, ma appunto le scelte di grandeur di De Laurentiis fecero sì che in un film su Napoli gli attori napoletani fossero virtualmente assenti] e che parecchi interpreti passassero attraverso le riprese senza ben capire cosa De Sica volesse da loro.
Le uniche eccezioni sono Sordi che tratteggia con gelida perfidia uno dei personaggi più atroci di tutta la sua carriera, e Stoppa, misuratissimo quanto efficace nella parte del marito che scopre per caso il tradimento della moglie. Eccellenti i caratteristi di sfondo, questi sì quasi tutti napoletani, tanto da lasciare il dubbio a parecchi critici che la stessa sceneggiatura depurata dal faraonico cast internazionale avrebbe prodotto ben altri esiti artistici.
La trama
Lo spunto è semplice quanto potenzialmente geniale: al mattino di una normale giornata di una Napoli che comincia a sentire i complessi e non sempre positivi effetti del boom economico, una stentorea voce che sembra arrivare dall'alto dei cieli annuncia che Alle 18 comincia il Giudizio Universale.
L'annuncio si ripete con sempre maggiore insistenza, dapprima trattato con sufficienza e poi sempre più terrorizzante. La trama si frammenta in una serie di scenari e storie intrecciate fra loro: la preparazione del gran ballo del Duca a cui tutta Napoli è invitata, la lotta per procurarsi vestiti all'altezza nei rioni più poveri, ricchi annoiati che si corteggiano, un marito che scopre casualmente la moglie con l'amante, un povero cristo che sbarca il lunario vendendo bambini in America, un giovanotto della buona società fatto oggetto di sberleffi dal popolino feroce, l'improbabile difesa di un maneggione da parte di un verboso avvocato (lo stesso De Sica), e l'impatto sempre più scardinante della voce misteriosa su questa varia umanità. Chi si pente troppo tardi, chi si dà alla pazza gioia, chi ostenta una falsa indifferenza.
All'orario annunciato, la città viene sferzata da un tremendo diluvio (che la voce misteriosa sia già passata alla fase delle sanzioni?) dopo di che, con grande solennità, il Giudizio comincia per concludersi però altrettanto misteriosamente di quanto si è annunciato. Tornato il sole, la gente si precipita al ballo del Duca e ben presto tutto viene dimenticato, al suono di una ironica Ninna nanna.
Valutazione critica
Il film è una chicca per molti cinefili ma, appunto, tale dev'essere considerato. Almeno una dozzina di grandi talenti cinematografici sono ammassati, e diretti da De Sica con indubbia maestria ma anche con problemi di gestione insormontabili. Numerosi i bozzetti ben riusciti, da quelli esilaranti a quelli commoventi a quelli sferzanti, ma con una metafora calcistica si potrebbe dire che manca il gioco di squadra.
Il finale, veramente debole e un po' moralistico dopo un climax tanto ben condotto, penalizza ulteriormente il film.
Note ^ Gaetano Fusco, Le mani sullo schermo. Il cinema secondo Achille Lauro, Napoli, Liguori, 2006, p.71.
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Il fantasma di Canterville (Libro)
Il fantasma di Canterville (The Canterville Ghost, 1887) è un celebre racconto umoristico giovanile di Oscar Wilde. Pubblicato per la prima volta sulla rivista Court and Society Review, il racconto ebbe un enorme successo e alcuni elementi della storia sono entrati nell'immaginario popolare. Ne sono stati realizzati numerosissimi adattamenti per il cinema, la televisione e il teatro. È una parodia delle storie di fantasmi.
Il fantasma di Canterville è una parodia delle storie di fantasmi del folklore scozzese. Un ambasciatore americano (Hiram B. Otis) si trasferisce in Inghilterra insieme alla famiglia, andando ad abitare in un castello. Questo risulta abitato dal fantasma di un certo Sir Simon de Canterville, antico proprietario e uxoricida. L'effetto comico si sviluppa dall'atteggiamento scettico e pragmatico degli Otis, che porta al fallimento di tutti i tentativi del fantasma di terrorizzare la famiglia, in modo che si decidano ad abbandonare la casa. Alla fine, però, Virginia, la figlia del signor Otis, cerca di instaurare un rapporto con lo spettro, e ci riesce; pregando per la salvezza della sua anima, gli fa ottenere il perdono Divino. Ma Wilde riserva ancora una sorpresa nel finale, mostrando una Virginia ormai donna e sposata che ritorna sulla tomba del fantasma a ripensare alla sua avventura con indosso gli antichi gioielli dei Canterville ora appartenenti agli Otis.Il racconto originale è una delle opere giovanili di Wilde, pubblicato a puntate dalla rivista Court and Society Review nel 1887.
Sono in seguito stati proposti numerosi adattamenti della storia, tra cui:
The Canterville Ghost (1944) Film interpretato da Charles Laughton ambientato nel tempo di guerra e con una trama notevolmente rimaneggiata.
The Canterville Ghost (opera, 1966) Opera teatrale del compositore russo Alexander Knayfel’
Il fantasma di Canterville (opera, 2000) Opera teatrale del compositore italiano Claudio Scannavini
Adattamento televisivo del 1974 con David Niven nella parte del fantasma.
The Canterville Ghost (1985) Film TV interpretato da Richard Kiley.
Adattamento televisivo del 1986 interpretato da Alyssa Milano e Sir John Gielgud
Adattamento televisivo del 1996 interpretato da Patrick Stewart, Neve Campbell and Cherie Lunghi .
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Il fantasma di Canterville è una parodia delle storie di fantasmi del folklore scozzese. Un ambasciatore americano (Hiram B. Otis) si trasferisce in Inghilterra insieme alla famiglia, andando ad abitare in un castello. Questo risulta abitato dal fantasma di un certo Sir Simon de Canterville, antico proprietario e uxoricida. L'effetto comico si sviluppa dall'atteggiamento scettico e pragmatico degli Otis, che porta al fallimento di tutti i tentativi del fantasma di terrorizzare la famiglia, in modo che si decidano ad abbandonare la casa. Alla fine, però, Virginia, la figlia del signor Otis, cerca di instaurare un rapporto con lo spettro, e ci riesce; pregando per la salvezza della sua anima, gli fa ottenere il perdono Divino. Ma Wilde riserva ancora una sorpresa nel finale, mostrando una Virginia ormai donna e sposata che ritorna sulla tomba del fantasma a ripensare alla sua avventura con indosso gli antichi gioielli dei Canterville ora appartenenti agli Otis.Il racconto originale è una delle opere giovanili di Wilde, pubblicato a puntate dalla rivista Court and Society Review nel 1887.
Sono in seguito stati proposti numerosi adattamenti della storia, tra cui:
The Canterville Ghost (1944) Film interpretato da Charles Laughton ambientato nel tempo di guerra e con una trama notevolmente rimaneggiata.
The Canterville Ghost (opera, 1966) Opera teatrale del compositore russo Alexander Knayfel’
Il fantasma di Canterville (opera, 2000) Opera teatrale del compositore italiano Claudio Scannavini
Adattamento televisivo del 1974 con David Niven nella parte del fantasma.
The Canterville Ghost (1985) Film TV interpretato da Richard Kiley.
Adattamento televisivo del 1986 interpretato da Alyssa Milano e Sir John Gielgud
Adattamento televisivo del 1996 interpretato da Patrick Stewart, Neve Campbell and Cherie Lunghi .
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Alcune persone mi domanda: Chi é Alessandro Safina?
Quindi gli rispondo:
Alessandro Safina (Siena, 14 ottobre 1968) è un tenore italiano di genere operatic pop (musica leggera e repertorio lirico).
In Italia si è fatto conoscere nel 2002 grazie alla sua partecipazione al Festival di Sanremo con la canzone Del perduto amore.
Nel 2006 ha partecipato alla terza edizione di Music Farm.
È sposato con la ballerina e showgirl Lorenza Mario
Discografia
Alessandro Safina (2001)
Junto a ti (2001)
Musica di te (2003)
Insieme a te (2002)
Safina (2004)
Sognami (2007)
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Alessandro Safina (Siena, 14 ottobre 1968) è un tenore italiano di genere operatic pop (musica leggera e repertorio lirico).
In Italia si è fatto conoscere nel 2002 grazie alla sua partecipazione al Festival di Sanremo con la canzone Del perduto amore.
Nel 2006 ha partecipato alla terza edizione di Music Farm.
È sposato con la ballerina e showgirl Lorenza Mario
Discografia
Alessandro Safina (2001)
Junto a ti (2001)
Musica di te (2003)
Insieme a te (2002)
Safina (2004)
Sognami (2007)
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